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L’umanità e l’etica nell’era dell’ideologia della razionalità tecnica

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di Vanni Sgaravatti

Lo spaesamento che molti vivono in questo periodo di metamorfosi deriva dalla perdita sempre più evidente, nella nostra coscienza, dello scopo finale, costretti ad eseguire azioni dettate dalla tecnica cioè dalle procedure che prescrivono il funzionamento dei sottosistemi in cui ognuno è calato, all’interno di un processo reso misurabile e quindi reso suddivisibile.

Naturalmente per tecnica non si intende solo la strumentazione ma l’approccio funzionalista del nostro agire che mira all’efficacia e all’efficienza nelle condizioni date dalla tecnica. che determina in questo modo gli scopi perseguibili e, di fatto, perseguiti. Il “fare” sostituisce l’agire e non ha bisogno dell’etica perché l’etica orienta l’umano, ma il fare non necessariamente è dettato dall’ “umano” che, proprio per questo, non riesce a prevederne le conseguenze.

Viviamo nell’incertezza anche perché la complessità del mondo tecnico ci rende inconsapevoli delle conseguenze delle nostre azioni collettive, rischiando così di perdere l’etica della responsabilità come orientamento all’azione collettiva.

Ma, siccome senza responsabilità non c’è un sistema di premi e punizioni che possa regolare la società, lo si mantiene in piedi attraverso regole convenzionali e regole morali separate dai sentimenti quando, come affermano tutti gli psicologi morali, non esiste morale derivante solo dalla cognizione, senza una stretta connessione con l’istinto e l’emozione. È l’epoca della separazione tra i due emisferi cerebrali: quello sinistro, analitico e tecnico, da quello destro che avrebbe il compito di estrarre il significato dal contesto. Siamo quindi nell’era di una responsabilità non fondata sulla riconoscibilità oggettiva della consapevole intenzionalità, ma solo fondata, per quanto riguarda i risultati del nostro agire collettivo, sulla attribuzione di meriti e di colpe determinate dalle narrazioni politiche ricostruite a posteriori ed efficacemente diffuse dai media. Si passa dall’ “imprevedibile” per una mancanza di conoscenza, come era nella prima epoca moderna ad un “imprevedibile” dovuto al fatto che facciamo molto di più di quello che siamo in grado di prevedere. Siamo in un’era dove il massimo di capacità, si accompagna ad un minimo di conoscenza degli scopi.

Dall’incapacità di conoscere la natura si passa all’incapacità di conoscere gli effetti di una capacità di padroneggiamento della stessa natura, lasciandoci in balia di un pervasivo senso di incertezza.

A dire il vero, noi umani ci siamo sempre confrontati con l’incertezza di qualcosa che avveniva al di fuori di noi, nei confronti della quale siamo antropologicamente abituati a trovare riparo nel rito e nella solidarietà tra chi condivide la condizione di questa ignoranza. Ma è quando la stessa fonte di incertezza abita in noi stessi che facciamo fatica a trovare un riparo, un porto sicuro. A questa angoscia derivante da un’esistenza incerta e inafferrabile, tendiamo a rispondere adagiandoci nella routine quotidiana, che, però, non ha bisogno di scopi ultimi, perché funziona e basta. E così si chiude il cerchio o meglio una spirale. Diventano etiche, allora, non tanto le decisioni finalizzate agli obiettivi che, in realtà vengono dedotti dai mezzi tecnici a disposizione, ma il prestare attenzione ai segni del viaggio che il fare ci pone. In questo contesto, le nostre azioni di aggiustamento possono essere considerate un tipo di decisioni etiche, nel senso di azioni che seguono regole etiche di processo e non in quanto giustificate da un fine teorico morale.

Ma la dimensione planetaria del degrado ambientale che porta per la prima volta la specie umana ad essere anche una grande forza geofisica, cioè una forza in grado di trasformare le condizioni del pianeta e di quelli che vi abitano, richiederebbe, invece la capacità di riprendere in mano i fini etici, quelli, per intendersi, della salvezza dell’umanità. Per raggiungere obiettivi di tale portata planetaria attualmente non possiamo fare a meno di fare riferimento ai soggetti detentori del potere reale: gli Stati sovrani, che lo utilizzano per governare una parte confinata di un territorio e gestire a proprio vantaggio i rapporti di cooperazione o di conflitto con i territori confinanti e che dovrebbero anteporre all’agire proprio quella perduta “etica dei fini”.

Difficile non scorgere la contraddizione di fondo con l’urgenza di risolvere i problemi ambientali, che aumentano nel continuo concorso all’accaparramento di risorse vitali scarse, e che spingono all’attribuzione di poteri multipolari di collaborazione, con la limitatezza del potere statale. Ma, come fanno tutti i sistemi che tendono a mantenere sé stessi, i detentori del potere attuale, quello statale sovrano, pongono estrema resistenza a tale sconvolgente cambiamento proprio con un rafforzamento del sovranismo, in chiave difensiva. In realtà, la globalizzazione dei mercati aveva già di fatto superato i confini degli stati e delle legislazioni che avrebbero dovuto proteggere i requisiti di giustizia e di morale convivenza, tipici di ogni cultura, ma lo ha fatto in senso negativo, cioè promuovendo il superamento del potere statale a favore di una emergente oligarchia finanziaria. Dovremmo, quindi, per sperare di imboccare la strada del superamento dei confini senza ricadere in una teocrazia o oligarchia sovranazionale promuovere una fratellanza come percorso verso una cittadinanza universale.

Sembra davvero un’utopia, un sogno ad occhi aperti, con la colonna sonora di Imagine di John Lennon. Una fratellanza che però può essere vista anche come deriva da un’etica del viandante, come la definisce Galimberti, che, se affronta ingiustizie locali, lo fa in nome della contingenza e della provvisorietà del vivere, qui ed ora, e non in nome di un ritorno ai confini sacri ed eterni di un’identità patria, che dando priorità ai beni privati o statali, trascura i beni pubblici generali che li ricomprendono. Le forze che, da una parte spingono verso una metamorfosi e dall’altra spingono verso un rimanere attaccati allo status quo, sono molto forti e, come insegna il premio Nobel della chimica fisica Ilya Prigogine, nei punti di biforcazione, cioè in questi momenti di grande fibrillazione e turbolenza di un sistema, specifiche decisioni o eventi tragici come le guerre locali, fanno prendere una strada all’intero sistema e queste “specifiche” variazioni sono tutte, per definizione, imprevedibili. In questo contesto della razionalità tecnica che ha superato le passioni umane come cause extra sistema (anche quelle delle sopraffazioni), la politica, è diventata ingegneria regolatoria ed è per questo che appare davvero un’illusione riuscire a distinguere tra un governante politico e uno tecnico. Tant’è vero che, nel mondo in cui la tecnica la fa da padrone, non ha senso chiedersi i vantaggi dell’IA (intelligenza artificiale), perché se l’ambiente dell’uomo non è più la natura, ma la tecnica, l’IA diventa lo strumento più efficace.

Il problema sta nel fatto che nel mondo della tecnica che ci separa dal mondo della natura ogni risultato tecnico diventa fine e, in realtà, diventa strumentale e passaggio intermedio per un fine successivo, facendo così svanire così il fine ultimo, sempre legato all’affinamento della stessa tecnica, in quella “infinita cattività” richiamata da Hegel. Una dipendenza dell’uomo post-moderno dal processo, che, per evitare di scoprire questa mancanza di senso, ripropone sempre un fine intermedio come fosse quello ultimo. Nel rendere rigoroso il processo di conoscenza e controllo tipico della nostra epoca post-moderna, eliminando le cause finali, si elimina la tensione tra essere e dover essere, in un processo non orientato alla verità, ma all’esattezza, cioè al risultato del fare. Ma questo non assomiglia alla trasformazione che il metodo scientifico ha portato secoli fa, trasformando il modo di rapportarsi al mondo: dalla contemplazione indagatrice della natura, alla manipolazione produttiva e creatrice della stessa? E non sembra, quindi, che questi presupposti culturali non siano in continuità con quelle odierne che hanno facilitato la nascita del capitalismo di sorveglianza? Un tipo di capitalismo che, potendo contare su una enorme disponibilità di elaborazione di dati ha permesso di perfezionare le previsioni sui comportamenti di consumo e poi di fare in modo che i consumi si conformassero alle stesse previsioni.

Nel mondo moderno o post-moderno, la legge di natura è la razionalità, l’efficienza, la tendenza a colmare ogni margine di imprevedibilità: sono i calcoli e gli algoritmi che prescrivono i comportamenti delle persone, che riconducono ad unità misurabili l’imprescindibile varietà delle sensazioni corporee e cognitive individuali. Ma tutto questo si porta dietro, la perdita del senso ultimo, recuperata poi dai fondamentalismi religiosi o dal gruppismo acritico ed esasperato e nazionalista. L’individuo massificato e standardizzato ritrova nell’agire politico identificato da una bandiera da una conformità di gruppo che semplifica, riduce il molteplice ad un’unità, oggetto delle proiezioni individuali indotta e che diventa una sponda consolatoria all’anonimità del reale. Nei comportamenti sociali questo diventa una deriva populista pericolosa perché diventa poi difficile accettare la rottura del legame con il leader del gruppo, senza sentire lacerata la propria identità. Inoltre, visto che la stessa tendenza alla ricerca dell’unicità è quella che cerca l’abolizione delle incertezze, non è possibile che il leader unico possa essere messo in discussione, così come il sentimento di riconoscimento in lui, perché questo vorrebbe dire aprire le porte di nuovo all’angosciosa incertezza del vivere.

La razionalità di stampo illuministico come unico criterio ordinatore di progresso, nata dalla perdita della fede nel regno ultraterreno o della fede nel destino della storia ha svelato come il suo fine ultimo non fosse quello della ricerca della verità, ma della manipolazione del mondo (per la salvezza dell’uomo o per i suoi interessi di profitto: non c’è differenza da questo punto di vista). Una manipolazione che trovò fondamento nella nascita della divisione tra soggetto e oggetto tipica della scienza sperimentale moderna, con la presunta applicazione delle leggi sia agli elementi osservabili (oggettivizzati) che a quelli non osservabili e che, attraverso l’utilizzo della tecnica, ha però permesso di togliersi dalla trappola maltusiana: più benessere contingente, crescita delle popolazioni, poi carestie e malattie con nuova decrescita della popolazione. Questa razionalità del mondo della tecnica, anch’essa forma ideologica del momento, in quanto si propone come unica visione del mondo e come contrapposizione al potere politico troppo discrezionale, non è in contraddizione con la sfiducia verso le fonti ufficiali dell’informazione e con l’odierna incertezza.

Dal momento che tutto quello che sta dentro alla razionalità tecnica sono ipotesi plausibili, le opinioni subentrano alle credenze. Scrive Helvetius nel 1989 ” … se è vero che l’opinione è regina, alla lunga il regno dei potenti è quello che governa l’opinione” e come dice Holbach nel 1770: “l’autorità vede in generale il proprio interesse nella conservazione delle idee ricevute: i pregiudizi e gli errori che le appaiono necessari a garantire il suo potere vengono perpetuati dalla forza che non si sottomette mai alla ragione”. Ora, alla fine della modernità, in cui l’ambiente umano non è più la natura ma la tecnica, che per il suo stesso nuovo equilibrio pone obiettivi all’uomo e non viceversa, assistiamo all’estensione dell’automazione delle attività manuali a quelle della stessa cognizione, che quindi orienta la nostra stessa coscienza.

E risuona allora come profetica quella frase che, tra le tante, scrisse Giordano Bruno: “Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all’uomo non servirà all’uomo per comprendere sé stesso, finirà per rivoltarglisi contro”. Siamo entrati quindi in un caos, in un tragico guazzabuglio, in cui alcuni di noi pretendono di ricostruirne i percorsi logico-razionali che da tempo hanno perso la capacità di orientare i comportamenti e, quindi, prevedere gli eventi, che, ci sorprendono in continuazione.

I cigni neri di Taleb sono diventati bianchi.

 

 

(31 ottobre 2023)

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